Uber è il simbolo del cambio del paradigma del lavoro?

Tassisti che protestano, manifestazioni, città bloccate. Il problema è Uber, l’app che permette di trovare una macchina con conducente in pochi minuti, molto diffusa in tutto il mondo, ma che in Italia è stata dichiarata illegale già tre anni fa (clicca qui per scoprire dove è legale e dove no).

Il manifesto intervista Tiziana Terranova, docente di sociologia dei processi culturali dell’Università di Napoli L’Orientale. Secondo la docente, il problema di fondo è che il capo è un algoritmo: “Sentono che dietro Uber c’è un modello di governo della vita che, in un modo o nell’altro, vuole diventare egemonico […] Quello della gestione logistica del lavoro attraverso le piattaforme digitali. Come nella scuola in Italia”. E quindi gli utenti (non più clienti) pensando di poter controllare lo strumento. Ma è proprio così?. Terranova risponde: “Non proprio. Questo modello viene da una cultura che chiede alle tecnologie elaborate dalle aziende della Silicon valley di automatizzare il mercato del lavoro e, in generale tutti i mercati in cui si muovono beni e servizi. Si è creato un sistema che cerca di disintermediare le relazioni e gestire grandi masse di lavoro con minimi investimenti. […] Nel caso di Uber, come del resto in Airbnb e nelle altre applicazioni più diffuse, l’algoritmo stabilisce la valutazione dei servizi e la loro classificazione. Concretamente, l’algoritmo gestisce le tariffe e fa in modo che siano più basse di quelle dei taxi e dei servizi tradizionali. In questo modo stabilisce il prezzo migliore che permette di entrare sul mercato”.

Fonte foto: flickr.com

 

 

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