La resilienza è resistenza attiva

Marco Belpoliti, scrittore e animatore del sito Doppiozero, pubblica sul Sole 24 di domenica scorsa un efficace pezzo sul concetto di resilienza come resistenza attiva, prendendo ad esempio la capacità delle comunità di superare i momenti di difficoltà. Ecco un estratto: “Nel campo della psicologia è in corso un dibattito tra chi ritiene che si tratti di una qualità propria di certe personalità e chi invece lo considerano un processo dinamico che varia secondo i contesti. Leggendo il libro di Anolli si capisce come mai questa forma di resistenza attiva, se possiamo tradurre così il termine, sia più presente nel mondo anglosassone, e americano in specie, e molto meno, ad esempio, in quello giapponese. Perché a Detroit sì, e Fukushima no? L’ottimismo assume differenti configurazioni a seconda della cultura di appartenenza. Si è più o meno ottimisti, o pessimisti,  per via dell’appartenenza a una comunità o ad un’altra. Nella società nordamericana il benessere soggettivo è quasi un obbligo sociale, un mandato sociale. La ricerca della felicità, scritta nel DNA di quel paese sin dalla sua fondazione, costituisce lo scopo ultimo della vita degli individui: autoaffermazione, autostima, autogiustificazione sono caratteri ben presenti in quel paese; l’individualismo stesso predispone a una forte dose di ottimismo”.

L’articolo intero si può leggere a questo link.

Fonte foto: flickr.com

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