Rigenerazione urbana. Funziona se la partecipazione non è improvvisata

Un esercito spontaneo di mediatori culturali: architetti, urbanisti, antropologi, sociologi e artisti, animati di una passione nata sui banchi dei corsi universitari più sperimentali, finisce spesso col doversi allineare a una retorica che a partire dalle suggestioni di Richard Florida (2002) ha titillato il narcisismo di sindaci di mezzo mondo, cavalcando la chimera di trasformare le loro città in fulgidi paradisi creativi.

Sono i profeti scalzi della rigenerazione urbana: attraversano i luoghi abitati dagli orfani delle città, ricercando con fatica forme di relazione che legittimino la loro presenza. Incontrano esistenze ai margini dell’isolamento, accolti con diffidenza e disincanto da chi manifesta implicita sfiducia verso gli “amministratori” del territorio. I loro progetti scelgono contesti dove è faticoso situarsi, richiedono costanza e attenzione, tempi lenti di ascolto e lavoro sul campo, un tempo dilatato dagli orizzonti non prevedibili.

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