Dieci anni dal crack della Lehman Brothers. Un’occasione persa?

Dieci anni fa il mondo conosceva d’un botto i mutui subprime, la Lehman Brothers e la differenza tra economia e finanza. D’un botto, il mondo intero era in crisi perchè gli americani avevano concesso mutui a chi non aveva garanzie solide e la crisi finanziaria si era estesa a macchia d’olio. La crisi della produttività occidentale, dettata fondamentalmente dalla possibilità per molte imprese nostrane di rivolgersi alla manodopera a bassissimo costo, aveva avuto una spinta formidabile dalla crisi finanziaria. Le imprese tradizionali si sono trovati d’un tratto senza clienti e senza credito. Secondo un articolo pubblicato dall’autorevole sito La Voce.info, quello che è accaduto dopo ha avuto effetti positivi e negativi: “Guardando a casa nostra, il bicchiere mezzo pieno è rappresentato da uno dei più grandi disegni di innovazione istituzionale (spesso lo si dimentica) che l’Europa abbia mai conosciuto, attuato in tempi relativamente brevi: la creazione di un sistema di controlli che supera le giurisdizioni nazionali, consentendo l’applicazione di regole e vigilanza omogenee nell’area euro. Il bicchiere è però anche mezzo vuoto perché siamo in presenza di un cantiere ancora aperto: dopo aver centralizzato la vigilanza e la gestione delle crisi manca la ormai famosa e fondamentale terza gamba della mutualizzazione dei rischi che sta avanzando tra mille difficoltà e diffidenze, con esiti ancora incerti.” Cioè: “E allora guardando a quello che si è fatto e a quello da fare che indicazioni possiamo trarre per il futuro? La prima è che bisogna mettersi l’anima in pace: la stabilità delle banche è troppo importante per tutto il sistema per abbandonarla alle semplici dinamiche di mercato. Ci vogliono innanzitutto strumenti solidi ed efficaci per prevenire la patologia, ma quando questa si manifesta il “popolo” deve salvare le banche e gli stati devono tirare fuori i soldi per intervenire. Il rischio è che si possano innescare crisi sistemiche che pesano sulle nostre tasche in misura imparagonabile con le risorse stanziate per i salvataggi. È una pillola amara, ma bisogna prenderla, e anche senza perdere troppo tempo perché i virus della sfiducia (non solo Lehman Brothers, ma, nel nostro piccolo, anche recenti vicende casalinghe sono illuminanti) si trasmette con grande velocità”.

Detto questo, però, è pur vero che il valore della finanza è di molto maggiore al valore dell’economia reale. Secondo un articolo pubblicato anni fa sulla rivista di Arpa Toscana Micron: “è possibile un’alternativa a questa “finanza in caduta libera”, secondo la definizione del premio Nobel per l’economia Joseph Steglitz? “Ci vuole un nuovo sistema monetario basato sulla moneta al 100% reale. E bisogna procedere a una riconversione radicale del sistema finanziario e al ridimensionamento–smembramento delle grandi banche”, ha proposto Peukert. “Va stabilito che il loro bilancio non possa superare i 100 miliardi di euro, al fine di evitare lo sviluppo di banche a rischio sistemico, vere e proprie organizzazioni parallele di controllo degli Stati senza legittimazione democratica”. In Germania, ha riferito, la Deutsche Bank ha un bilancio di circa 2 bilioni di euro, corrispondente a quasi l’intero Pil del paese. E vanno separate le banche convenzionali dalle banche d’investimento. Per limitare le transazioni speculative, ha proseguito, si deve introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie (la nota Tobin tax) con un’aliquota tra lo 0,01 e lo 0,1%, e responsabilizzare dirigenti e società”.

In sintesi, la crisi poteva essere un’occasione per cambiare le regole, e non solo farle più stringenti. Ma sarebbe servito un cambio di paradigma, soprattutto considerando che per certi versi questo fenomeno ha accentuato lo sfruttamento di risorse (in senso generale). La democrazia stessa, se si può considerare una risorsa, è fortemente a repentaglio a causa delle spinte ultranazionaliste che si alimentano dalla disuguaglianze. Inoltre, nella follia di provare a ritornare ai livelli pre-crisi, le risorse si sono sfruttate in maniera ancora più massiccia, provando a curare la malattia con quello che ne è stata la causa, perchè non può dimentira che la crisi finanziaria e la crisi ambientale vanno di pari passo. Il saggista Federico Pirro lo spiega benissimo: “Credo interessante invece soffermarsi a riflettere su quanto di nuovo, negli ultimi tempi, e soprattutto da alcuni mesi in presenza della crisi finanziaria-economica, è emerso nella maggiore attenzione che non pochi intellettuali di fama (tra cui anche qualche economista) dedicano alle questioni ambientali. Certo dovuta ai sempre più allarmati richiami della scienza mondiale, concorde nel segnalare da un lato l’ormai estrema pericolosità del guasto ecosistemico, dall’altro il prossimo esaurimento delle risorse, non soltanto energetiche. Ma sicuramente in qualche misura indotta anche dalla crisi che, dopo il fallimento di giganti finanziari americani e il crollo delle borse di tutto il mondo, parla ora di recessione, di grandissime industrie a rischio, di disoccupazione massiccia. Mi pare interessante in questa chiave la messa a fuoco di una radice comune delle due crisi, economica e ambientale, da alcuni meramente accennata ma dettagliatamente analizzata da altri. Il primo non solo a intuire ma a descrivere, con grande anticipo su tutti gli altri, la reciprocità di determinazione dei due fenomeni, è stato indubbiamente André Gorz che, in particolare in un articolo apparso poco avanti la sua morte, con parole addirittura profetiche ha indicato nella sovraproduzione (da lui già in precedenza denunciata come prima responsabile dello squilibrio ecosistemico) l’origine della crisi finanziaria. Nota infatti come l’enorme massa monetaria derivante dalla vendita, sia pure incompleta, delle merci prodotte, sempre più cerca investimento nell’”industria finanziaria”: quella che “crea danaro mediante danaro (…) comprando e vendendo titoli finanziari e gonfiando bolle speculative”, dando l’impressione di grande floridezza economica, ma fondata “in realtà su una crescita vertiginosa di debiti di ogni sorta (…) destinata prima o poi a esplodere, portando al limite al crollo del sistema bancario mondiale”.

Bene, dopo dieci anni, cosa è cambiato? Basta guardarsi intorno: la catastrofe finanziaria, che ha mandato sul lastrico centinaia di imprenditori e a casa migliaia di lavoratori, spesso invece di essere un monito, è diventata una spinta per osare ancora di più. Nel frattempo è mutato anche il contesto socio-politico (in maniera interrelata, ovviamente), che sicuramente non permetterà di raggiungere il giusto clima di discussione per prendere importanti decisioni sul futuro dell’umanità. Solo chi ha investito in innovazione, difendendo la parola dagli inutili e pericolosi orpelli dello storytelling web 2.0, può ora guardarsi indietro e vedere che la salita forse è quasi finita. Chi ha invece continuato a comportarsi alla stessa maniera, allora, forse la salita non l’ha nemmeno vista.

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