Lavoro e impresa. Quali sono le vere competenze richieste dalle aziende sostenibili

Pubblichiamo integralmente l’intervento che Lella Miccolis, imprenditrice, ha fatto in occasione dell’appuntamento di Taranto del Festival dello Sviluppo Sostenibile, organizzato dal Centro di Cultura Lazzati in collaborazione con la Camera di Commercio di Taranto.

Innanzitutto ci tengo a dirvi che sono molto onorata di essere stata identificata come rappresentante delle imprese che in questo territorio rivestono un ruolo privilegiato nell’incidere non solo e tanto nell’economia quanto nella società. 

Tentando di dare un contributo alla discussione invece, vorrei specificare che a mio avviso è necessario che i luoghi deputati alla formazione dei giovani che domani entreranno nel mondo del lavoro realizzino per primi un dialogo costruttivo con le imprese del territorio. Scuola, Università e Impresa sono ancora mondi piuttosto lontani.

Questo non fa altro che ingigantire la frattura esistente tra conoscenza e prassi, tra pensiero e azione generando spesso un vuoto di senso difficile da colmare.

Dobbiamo superare i confini dei nostri contesti, mescolarci tra le diverse categorie istituzionali e professionali con grande umiltà riconoscendo il sapere e il punto di vista altrui.

Per quanto concerne la questione dei profili sino a qualche anno fa, c’era una netta distinzione tra competenze che doveva possedere la classe operaia e quelle della classe degli impiegati e dei dirigenti. Ai primi erano richieste solo forza fisica e abilità manuali, adesso con l’avvento della robotica nella produzione e dell’intelligenza artificiale nel controllo e nella manutenzione anche il personale operativo deve essere formato e reso competente tecnicamente, deve aggiornarsi continuamente ma essere dotato anche di creatività e spirito critico.

Abbiamo bisogno di investire molto sulle Scuole professionali e non solo sugli istituti tecnici e licei e imparare ad usufruire maggiormente e meglio dei Fondi interprofessionali per la formazione continua. 

Ogni lavoratore deve essere più qualificato e per questo può ambire tra l’altro ad una retribuzione superiore.

E’ quanto mai urgente che la cultura della mano, la cultura del cervello, la tecnologia e la scienza, l’educazione alla cittadinanza procedano assieme per creare e fondare una cultura circolare all’interno della quale il tutto non sarà mai semplicemente la somma delle parti, ma la capacità di queste ultime di cooperare per una crescita sociale, economica e politica condivisa.

E’ innegabile che la prosperità di un’azienda derivi per la maggior parte da coloro che la compongono, così come è innegabile che sia compito di un buon imprenditore, saper scegliere i propri collaboratori.

Nella mia carriera, sino ad oggi, ho sempre guardato oltre che i curricula anche gli occhi delle persone che ho voluto collaborassero con me. Ho cercato in quegli occhi un pizzico di quella lucida visionaria follia che ha ispirato la nascita del mio percorso e laddove l’ho riconosciuta mi sono sforzata di valorizzarla.

E poi quando seleziono e valuto un collaboratore non bado unicamente al bagaglio di conoscenze e competenze ma al suo pensiero, al suo stile di vita, alla sua educazione, alla sua spiritualità. 

Tutte le aziende si compongono di capitali, mezzi e persone, ma le risorse che sono realmente in grado di dare un contributo all’impresa, sono quelle che riescono a fare propria la sostanziale differenza che passa tra il lavorare per gli altri e il lavorare con gli altri.

Sono quelle che sposano la causa aziendale perché nella causa aziendale essenzialmente credono: questo è l’elemento sul quale si gioca la sfida più importante per ogni realtà aziendale che consideri i propri membri sempre fini e mai mezzi.

I collaboratori che “funzionano”, termine impertinente ma efficace, sono quelli che hanno imparato ad apprendere, hanno studiato su casi concreti, hanno competenze interdisciplinari, sociali, sistemiche, capacità di amare la natura e gli altri uomini, hanno rispetto per la vita sul pianeta Terra,
sanno ascoltare, hanno una buona dose di curiosità “informata”, di entusiasmo e voglia di fare, hanno capacità di analisi e di sintesi e tendenza o addirittura ossessione all’apprendimento. 

Sono quelli che uniscono competenze specifiche e spirito critico, bravi esecutori ma ancor più abili fautori di un sempre nuovo e diverso punto di vista sulle cose, quelli che hanno abbastanza consapevolezza da sapere quello che valgono e abbastanza umiltà da riconoscere che c’è sempre, continuamente e costantemente da imparare, quelli che falliscono ma riprovano e alla fine vincono e con loro vinciamo anche noi imprenditori, perché valorizzare il territorio generando occupazione/lavoro è la più grande ricchezza che ogni giorno abbiamo il privilegio e l’orgoglio di poter portare a casa.

Diceva Baricco: “Vorrei tanto avere costruito quell’abbeveratoio di pietra che è lì da mille anni”

Con questo cosa voglio dire?

Voglio dire che l’impresa deve essere duratura e durevole nel tempo, utile, perfettamente integrata nel territorio che la ospita, riconoscibile e credibile, sana e bella, funzionante e funzionale, accogliente, capace di rispondere ai bisogni della comunità, fonte di spazi di socialità, generatrici di risorse, accessibile a tutti e a costi contenuti.

Come è possibile che questo accada?

Se teniamo conto della complessità della crisi con i suoi risvolti sociali, ambientali, economici finanziari e di valori e delle sue molteplici cause dovremmo riconoscere noi imprenditori e non solo che le soluzioni non possono venire dallo steso modo di leggere interpretare e affrontare la realtà, impiegato sino ad ora. Occorre un cambiamento di mentalità necessario per la transizione allo sviluppo sostenibile.

Nel contrasto che viviamo tra Teoria e realtà, riflessione e problemi quotidiani le imprese devono essere mosse da una solidarietà pensante che non vuole cedere il passo al presentismo.

Devono entrare in relazione e creare legami e sinergie con la società civile, le istituzioni, la politica, i sistemi educativi e quelli formativi per dimostrare la produttività dell’etica, il profitto del valore, il guadagno del bene, del giusto e del bello. 

Devono avvertire la loro responsabilità sociale, devono mettere insieme persone, luoghi e saperi. Devono far precedere e accompagnare l’innovazione tecnologica dall’innovazione intellettuale.

Non devono essere schiave della necessità di ottenere risultati nel brevissimo termine, devono essere capaci di trasformare i rischi in opportunità, devono immaginarsi un futuro e gettarne le basi passo dopo passo. 

E quindi fare scelte lungimiranti e maggiormente orientate al benessere collettivo, nonché attuare azioni che comportano costi di breve termine a favore di benefici nel medio lungo termine maggiori dei primi. 

Le imprese non devono essere più predatori di risorse, ma consumatori razionali ed efficienti/risparmiatori e perché no generatori.

Un buon imprenditore, a mio avviso, al giorno d’oggi deve essere in grado di integrare la sostenibilità in tutti i processi aziendali ponendo in essere un mutamento radicale nell’approccio dell’impresa alla creazione di valore, ricercando un equilibrio costante tra finalità e mezzi, potenza e limite, funzione e significato.

Deve promuovere una gestione responsabile del prodotto o del servizio lungo l’intero ciclo di vita, al fine di migliorarne le prestazioni e ridurne l’impatto sull’ambiente, anche informando e sensibilizzando in maniera trasparente fornitori, clienti e parti interessate quali attori di una politica di sostenibilità condivisa.

Deve mettere al centro tecnologie innovative ovvero investire in ricerca, sviluppo e innovazione, al fine di sviluppare processi, prodotti e servizi a sempre minore impatto ambientale.

Operare in coerenza con questi principi in tutti i Paesi in cui si svolge la propria attività.

In fondo, ad oggi, quali sono le imprese che resistono? Appunto quelle in cui circolano le idee, quelle che si sono dimostrate capaci di allargare le definizioni di qualità, successo e crescita a parametri che vanno oltre l’esclusiva certificazione della filiera produttiva, quelle che sono in grado di creare meccanismi di inclusione sociale tali da superare la logica del “Do ut des” (do affinché tu dia) in favore di un’alleanza che mira allo sviluppo di un territorio, alla valorizzazione delle sue risorse, alla cura delle sue fragilità, dando voce a chi lo vive e futuro a chi lo abiterà.

Deve saper tracciare nuovi percorsi pluridirezionali attraverso una logica generativa e sostenibile, capace di alimentare una ricchezza condivisa, di garantire occupazione e lavoro, di trasmettere consapevolezza, riducendo al minimo l’impatto negativo sull’ambiente, sulla società e sull’economia e aumentando al massimo la salvaguardia della biodiversità e tenendo insieme ecosistema e sociosistema. 

La nuova sfida sociale, economica e politica del nostro tempo risiede nella capacità di essere generativi: una relazione, un servizio, un oggetto, un sistema che possa definirsi generato e non meramente prodotto, fonda il proprio valore nella costante tensione tra prima e ora, tra soggetto e altro da sé, tra l’io e il contesto entro il quale si muove, tra il trattenere e il lasciar andare.

In ultimo, ma non ultimo per importanza, un buon imprenditore deve avere la capacità di trasmettere ai propri collaboratori la consapevolezza di non essere semplici ingranaggi di un sistema ma protagonisti e fautori della sua crescita, della sua prosperità e del suo sviluppo.

Far crescere in maniera sostenibile il nostro territorio significa dunque  percepire  il microcosmo della propria realtà aziendale come parte integrante e fondamentale di un contesto più ampio, significa portare costante attenzione ai risvolti sociali, economici ed ambientali dei meccanismi d’impresa, ed indurre le risorse umane, anima e motore del meccanismo aziendale stesso, a condividere obiettivi, scopi e finalità comuni, percependosi come fautori essi stessi, nel proprio piccolo, di un cambiamento che può e deve dare origine ad un ciclo produttivo virtuoso.

Deve quindi promuovere la crescita, il coinvolgimento, la consapevolezza e la responsabilizzazione del personale, creare lavoro rispettoso di tutti, compatibile con i propri limiti e le proprie aspirazioni, che liberi dal bisogno gli altri umani, che non sia legato necessariamente ad una retribuzione in denaro.

Insomma Signori bisogna passare concretamente e immediatamente, con coraggio entusiasmo e determinazione dall’enunciazione dei principi all’esecuzione degli impegni.         

Concludendo l’impresa deve avere un cervello, un corpo ma anche un’anima.

L’imprenditore deve essere saper sognare, prevedere, prevenire, credere, progettare, generare, conservare, rigenerare. 

Deve essere profondamente convinto che ciò che è giusto conviene anche.

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